Quando lo scorso 7 gennaio è stato ricordato il decimo anniversario dell’attentato terroristico islamico alla sede di Charlie Hebdo è passato tutt’al più sotto silenzio che i superstiti, tra giornalisti e i vignettisti, ancora oggi, disegnano e scrivono in un bunker, circondati da poliziotti armati. La sede della redazione non ha indirizzo, è protetta da sei porte blindate, per accedervi bisogna attraversare un sistema a raggi X. Asserragliata è anche la redazione del Jyllans Posten, il quotidiano danese che pubblicò le vignette su Maometto: circondata da sbarre, lastre metalliche, telecamere installate per un chilometro quadrato. I dipendenti entrano in macchina: la porta si apre, si procede con il veicolo, si chiude la porta alle spalle e viene aperta quella di fronte.

«Je suis Charlie», ha scritto ieri il direttore Maurizio Belpietro sulla Verità, fu lo slogan urlato nelle manifestazioni di mezzo mondo a favore della libertà di espressione (ma anche all’epoca ci furono quelli che dicevano fieramente «Je ne suis pas Charlie»). Oggi per il Charlie dell’America First non si vedono piazze piene, men che meno leader mondiali che sfilano nei cortei. Anzi, cito Belpietro, «intellettuali e politici invece di difendere il diritto di parola» si sono «messi a dare addosso al blogger americano». Tutti Charlie finché il conformismo etico, che altro non è se non infingardaggine morale delle élite contemporanee, non deturpa la loro immagine, «ma se tocchi il Charlie sbagliato - conclude il direttore - allora stanno più dalla parte dell’assassino che della vittima».