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Charlie Hebdo, fu vittima di una mattanza per mano del terrorismo islamico. Aveva pubblicato vignette su Maometto. Se l'era cercata? Noi tutti, non di sinistra, però ne difendemmo il diritto alla satira, esteso quasi alla blasfemia
La storia dell'"uccidere un fascista non è reato" è vecchia come il cucco. Ero ancora al Mamiani, ai tempi autentico liceo-cellula di formazione del Partito Comunista zeppo di figli di papà col doppio armadio (quello da compagno e quello da figlio della borghesia), quando sentivo straparlare gente ridicola di cosa fosse giusto e dunque esibibile, o cosa meno e dunque da censurare. Ricordo l'assemblea studentesca in cui, alla vigilia delle elezioni comunali di Roma in cui peraltro votai Rutelli Sindaco, scattò il parapiglia perché "quel fascista di Fini non deve parlare", tanto che l'assemblea saltò con mio sdegno. O quando nel 1994, appena vinte da Berlusconi le elezioni politiche, tale professoressa Legatti organizzò in Aula Magna una mostra sulle analogie (addirittura di postura secondo lei) tra Berlusconi e Mussolini, per poi venire a prelevarmi in classe, malgrado lei non fosse mia professoressa, perché a suo dire avevo vergato sul libro dei commenti all'uscita della mostra, un'osservazione "fascista" (avevo scritto che trovavo la mostra ridicola). Mi portò dal Preside gridando allo scandalo finché io non le chiesi davanti al Preside: "Scusi ma allora cosa chiedete a fare che si lasci un commento, se non sopportate una critica?". Il preside si arrese, lei continuò a gridare al fascismo.






