Una data per certi versi storica: oggi il 62,29 per cento del capitale di Mediobanca passa di mano. Il Monte dei Paschi di Siena realizzerà il concambio azionario proposto all’inizio dell’estate, 2,533 azioni Mps ogni azione Mediobanca consegnata e conguaglierà le azioni di Piazzetta Cuccia con complessivi 467,175 milioni di euro in contanti, ovvero 90 centesimi per ogni singolo titolo consegnato. Siena, la banca più antica al mondo, che dal 2007 al 2017 ha rischiato cento volte di affogare, vedendo disperdersi nel mare dei debiti la sua Fondazione, un tempo solida e ricchissima, questa mattina entra in Mediobanca dalla porta principale, con una solida maggioranza azionaria già in portafoglio. Da domani, poi, il piano di Luigi Lovaglio riprenderà con l’apertura dei termini dell’offerta di acquisto e scambio che si protrarranno fino a lunedì prossimo, 22 settembre, alle medesime condizioni offerte in precedenza.

Target minimo

Obiettivo minimo, un ulteriore 5,5 per cento del capitale che permetterebbe al Monte dei Paschi di salire ai due terzi dei diritti di voto di Mediobanca, ovvero di ottenere la capacità di effettuare tutte le operazioni straordinarie che il board deciderà di realizzare. Molti guardano alla possibile fusione, ma in verità questa non risulta necessaria in un primo momento. Lovaglio lo ha detto chiaramente nei giorni di presentazione del progetto: la sua attenzione, una volta conclusa la fase di offerta, sarebbe stato centrata sul mettere a terra gli aspetti industriali di integrazione di realtà tanto diverse, nel più breve tempo possibile. Il punto di vista del manager appare semplice. Complessa sarà la realizzazione. Mettere assieme Mps e Mediobanca non è un’operazione simile a quella che unisce Bper e Popolare di Sondrio. Nel caso senese, i mestieri bancari sono differenti, non ci sono sovrapposizioni, agenzie da razionalizzare nella presenza o operazioni di cost cutting determinate da duplicazione di funzioni. Sarà necessario tenere assieme due realtà che continueranno a svolgere il loro mestiere, da una parte la tradizionale banca commerciale, dall’altra il wealth management e il credito al consumo, oltre alle altre funzioni svolte da Mediobanca. La fusione al momento non serve. Basti pensare ad Intesa Sanpaolo: per anni Imi è stata parte del gruppo pur mantenendo un profilo staccato dalla banca commerciale che ne controllava il capitale. Così potrebbe accadere ancora.