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Ultimo aggiornamento: 8:00
Il 15 luglio un uomo in abiti civili è seduto all’ingresso di una scuola del villaggio di Tha’la, nell’entroterra di Suwayda, Siria meridionale. Viene interrogato da tre uomini armati in uniforme militare muniti di fucili di tipo AK. Gli chiedono “Sei musulmano o druso?” L’uomo risponde che è siriano. Glielo chiedono una seconda volta e questa volta risponde “druso”. Gli sparano e lo uccidono. Gli assassini, in varie uniformi comprese quelle nere della Sicurezza generale, erano entrati nel villaggio con carri armati ed altra artiglieria pesante poche ore prima.
Questa è una delle numerose prove, basate su testimonianze dirette o su video verificati, delle uccisioni di decine di civili appartenenti alla minoranza drusa, intorno alla metà di luglio. Su 46 di queste uccisioni (44 uomini e due donne) Amnesty International ha redatto un rapporto, che invano ha chiesto alle nuove autorità di Damasco di commentare.
Tra l’11 e il 12 luglio la crescente tensione tra gruppi armati drusi e combattenti delle tribù beduine è sfociata in scontro aperto. Il 15 luglio le forze governative sono entrate nella città di Suwayda per, secondo le dichiarazioni ufficiali, “ripristinare la stabilità” e hanno imposto il coprifuoco. Il giorno stesso Israele ha lanciato attacchi aerei contro veicoli militari siriani, uccidendo almeno 15 appartenenti alle forze governative. Le notizie di violazioni dei diritti umani commesse dalle forze governative e da gruppi loro affiliati hanno rinfocolato gli scontri coi gruppi armati drusi in un crescendo di violenza, terminata solo col ritiro delle forze governative la notte del 16 luglio.






