Quando arriva l’autunno, i vigneti del Carso si incendiano di colori, dal giallo al rame, che risaltano tra i muretti di pietra calcarea e disegnano i primi rilievi alle spalle di Trieste. In questo lembo estremo dell’Italia orientale, la geografia, sospesa fra montagne e mare, restituisce un paesaggio di confine, dove i filari del fondovalle si alternano a strade tortuose, boschi intricati e distese di roccia. È un luogo di pietre, eppure, nei piccoli appezzamenti ricavati nelle doline, conche naturali protette, si trovano zone estremamente fertili, dove cresce il Terrano (Teran), vitigno della famiglia del Refosco, da cui nasce un vino dall’acidità tagliente, ruvido e non sempre piacevole al primo sorso, ma autentico testimone del territorio. Seguono la Malvasia, dorata e solare, che regala al naso accenni fruttati e al palato una salinità che rimanda al mare vicino, rivelandosi asciutta e minerale, e la Vitovska, bianco autoctono dai riflessi aranciati, che profuma di pesca e susina, con un’acidità che la rende verticale e longeva, per completare il mosaico dei sapori.
I vigneti dunque danno buoni frutti e a volte si vedono frasche ancora verdi appese ai cancelli delle case dei contadini: è il segno che all’interno c’è un’osmiza e vi si possono trovare vino e cibo. Il nome stesso è un’eredità austroungarica, perché osem in sloveno significa “otto”: al tempo dell’imperatore Giuseppe II questi esercizi erano autorizzati ad aprire per otto giorni l’anno e a vendere vino e prodotti della fattoria senza dazi.






