Aveva ragione Joseph Goebbels: ripetete mille volte una bugia e avrete una verità. A forza di giurare e spergiurare che “Bella ciao” è stata l’inno dei partigiani e dei resistenti di ogni epoca e ogni latitudine, è andata a finire che mezzo mondo ci ha creduto. Dal falso si è passati all’apologia, e dall’apologia al proselitismo messianico fino all’esaltazione sanguinaria di chi negli Usa ha fatto di “Bella ciao” un messaggio di morte. “Bella ciao” con la lotta di liberazione c’entra come “Giovinezza” in una residenza per anziani. Non fu mai cantata, chi c’era in montagna l’ha detto a chiare lettere – Giorgio Bocca al nord, Domenico Troilo al centro – ma gli invasati della politica monodirezionale continuano a battere le orme di Goebbels per accreditare quello che non sono mai riusciti a dimostrare.
CREAZIONE POSTUMA La canzone dei partigiani è un mito apocrifo, non appartiene al periodo 1943-1945, è una creazione postuma e posticcia per farne una bandierina della sinistra che aveva visto sfaldarsi dall’Anpi a botte di scissioni tutti i pezzi del Comitato di liberazione nazionale con la sola persistenza del Pci che guardava al modello stalinista. L’aiutino era arrivato da Praga quando nel 1947 i “giovani democratici” (da non intendere alla lettera) italiani canticchiarono una melodia popolare le cui origini si perdevano nella notte dei tempi, mettendoci dentro un partigiano che faceva chic, ed ecco pronto l’inno ideologico e seducente che mancava.










