Bordate di fischi. «Buu! Buu! Buu!» (Il Pd griderà al razzismo anche in questo caso?). Insofferenza diffusa in sala. Elly Schlein va di traverso persino alle platee amiche, o perlomeno quasi amiche: tipo quella della festa del Fatto Quotidiano al Circo Massimo di Roma. Ieri la segretaria era ospite del direttore Marco Travaglio e ha parlato un po’ di tutto intervistata da Antonio Padellaro e Wanda Marra. Quando il discorso ha toccato la politica estera, beh, il pubblico (filo-grillino) non ha affatto gradito. Per dirla con un eufemismo. Parlando dell’Ucraina, Schlein ha detto che «è Putin che ha mosso l’invasione». E vai di contestazione. «Lo rispetto: su questo non siamo d’accordo», ha risposto lei, aggiungendo che al tavolo di pace dovrà sedere anche Zelensky. Dopo gli sberloni, una timida ripresa, quando Elly ha buttato la palla in tribuna citando Matteo Salvini e buttando lì un «a Trump pacifista non ci credo».

Ma non è bastato. I decibel dei contrari sono nuovamente saliti nel parterre quando la segretaria ha affrontato il tema del presunto genocidio a Gaza. «Io penso che su questo basta guardare le definizioni della Convenzione». Troppo poco per i seguaci del Fatto. «Possiamo avere sensibilità diverse, ma non raccontiamo più divisioni di quelle che ci sono. E abbiamo un governo con tre posizioni diverse in politica estera». Il bue che dà del cornuto all’asino, viste le divisioni interne al campo largo (o stretto?) con cui il centrosinistra vorrebbe governare il Paese. In soccorso di Elly è arrivato il padrone di casa, ovvero Travaglio. «L’ho invitata per dire quello che pensa lei, non quello che pensiamo noi. Non si può contestare ogni volta che dice una cosa diversa, sennò ce la cantiamo e ce la suoniamo. Rispettiamo gli ospiti», ha detto il direttore salendo sul palco e bacchettando il pubblico rumoroso. «Direttore io ti ringrazio. Io vengo apposta. Perché sono convinta che, al di là della nostre differenze, se questa discussione continuiamo a farla diventa un programma come nelle Regioni», ha risposto Schlein. E via, nuovamente, di operazione simpatia per recuperare il terreno eroso dai fischi. «Calenda? Certamente non condivido critiche e attacchi verso il Movimento 5 Stelle. La nostra gente non vuole divisioni, ma una coalizione forte per mandare a casa Giorgia Meloni». Applausi. Poteva mancare la digressione sul fascismo? Ovvio che no. Il gancio, nemmeno a dirlo, è stato l’omicidio di Charlie Kirk negli Stati Uniti. «Quando vedo le svastiche sui muri, alle Feste dell’Unità, a me non passa per la testa l’idea di dire che la colpa è di Giorgia Meloni». Ah, ora il premier è pure nazista?