Questa settimana la Giunta dovrebbe approvare la vendita dello stadio. In realtà vende un’area molto più ampia, dentro la quale c’è anche lo stadio che verrà abbattuto, per costruirne uno nuovo a fianco. Ma per i milanesi, quello che importa è principalmente il destino del Meazza, lo scrigno dove sono custodite alcune delle più belle emozioni mai vissute dai tifosi milanesi, dalla finale di coppa dei campioni 1964-65 dell’Inter sotto il diluvio contro il Benfica di Eusebio ai derby tra Gianni Rivera e Sandro Mazzola, dall’indimenticabile 5-0 del Milan di Sacchi rifilato al Real Madrid, fino al più recente Inter Barcellona 4-3 dello scorso maggio. Ma non solo. L’emozione di trovarselo davanti la prima volta, magari mano nella mano con il papà; il lungo circumnavigare per salire al secondo anello, il fragore delle curve, vero e proprio dodicesimo uomo in campo.
Ormai è chiaro: se non ci sono redditi provenienti dallo stadio, sarà impossibile per le squadre continuare a competere ad alti livelli così come sempre fatto nella propria storia. Al netto di coloro che si oppongono a che si tocchi il Meazza, c’è anche chi, meno nostalgico, è pronto a lasciare l’amato stadio pur di rimanere tra le grandi di Europa. Ma il tifoso è poco attratto dal fatturato che uno stadio di proprietà può generare, è più interessato a capire se può essere parte del Dna della squadra, un alleato. Non è solo un impianto sportivo, ma un elemento anche sentimentale.









