Il discorso sullo “stato dell’Unione”, tenuto dalla presidente della Commissione europea mercoledì scorso, è rilevante per quello che non ha detto, oltre che per quello che ha detto. Ursula von der Leyen ha descritto i problemi che l’Ue deve affrontare, le crisi che la minacciano, le soluzioni da adottare. Tuttavia, in un mondo che sta cambiando drammaticamente, identificare l’agenda dei problemi non basta. Ci stiamo avvicinando ad “un nuovo 1914”, ci ha ricordato pochi giorni fa, a Lubiana, Sergio Mattarella. In momenti come questi, per parafrasare Jon Meachan, si lotta per la propria “anima”, per far vincere “i propri angeli migliori”. Perché questo non è avvenuto?

La presidente della Commissione ha necessariamente iniziato il suo discorso parlando delle guerre che ci circondano, dall’aggressione russa dell’Ucraina alla politica genocida del governo israeliano a Gaza. Ma la Commissione non ha le competenze, e soprattutto le risorse, per guidare la politica estera e della sicurezza. Contrariamente a ciò che avviene nelle democrazie consolidate, dove i ruoli decisionali sono definiti e le procedure decisionali consolidate, così non è nell’Ue. La Commissione europea è considerata l’esecutivo comunitario, ma può esserlo solamente nelle materie del mercato interno, mentre la politica estera e di sicurezza spetta ad un altro organo esecutivo, il Consiglio europeo dei 27 capi di governo nazionali con il suo presidente. Così, la promessa fatta da von der Leyen che “l’Europa difenderà ogni centimetro quadrato del suo territorio” non potrà essere mantenuta senza un impegno da parte dei governi nazionali. La proposta di dotare l’Ue di un programma di “Sorveglianza del versante orientale” può essere realizzata solamente dai governi nazionali. La stessa critica al governo di Benjamin Netanyahu non porterà ad azioni corrispondenti, se non è sostenuta dall’unanimità dei governi nazionali. Tant’è che il Consiglio europeo si è finora opposto, non solamente a sospendere l’Accordo di associazione tra Ue e Israele, ma a sospendere persino la partecipazione israeliana al limitato programma di ricerca europeo Horizon. Se i governi nazionali hanno l’ultima parola, l’Ue non si muove. Non c’è un singolo conflitto internazionale su cui i governi nazionali non siano divisi. Certamente, la pressione degli eventi sta spingendo la presidente della Commissione, e non quello del Consiglio europeo, a parlare in nome dell’Europa, ma le sue parole non hanno conseguenze. Von der Leyen riconosce, alla fine del suo discorso, che “è necessario passare alla maggioranza qualificata in alcuni ambiti, ad esempio in politica estera”, ma il problema è di sottrarre quest’ultima all’esclusivo controllo dei governi nazionali.