Errare è Roberto Saviano. Perseverare è Alan Friedman. Giovedì, a cadavere caldo, il profeta di Spaccanapoli e non solo era planato come un avvoltoio sul corpo di Charlie Kirk la cui uccisione – stando allo “sgomorrato” condannato per plagio – sarebbe nient’altro che un vantaggio politico per Trump: «L’assassinio rischia di diventare per il presidente americano l’incendio del Reichstag del ’33, non solo la fine di una vita ma la miccia per la trasformazione dell’equilibrio politico e sociale». Ieri Saviano si è superato, e non era facile: «Kirk è uno degli individui peggiori prodotti dalla politica americana. Ha propagandato falsità sull’aborto, l’immigrazione, i vaccini. Ha fatturato cifre immense ottenute soprattutto da grandi imprenditori conservatori e di estrema destra». Le idee quantomeno, al netto delle sparate di Saviano, erano le sue, di Kirk. «Disprezzo ciò che ha detto e fatto», insiste il simulacro della sinistra. «Non tutte le vite vanno rispettate». E ancora: «La sua esecuzione lo rafforza».

Tocca a Friedman, il quale non s’è mai ripreso dalla sconfitta di Kamala Harris, anticipata di tre giorni dall’estromissione da “Ballando con le Stelle”, presagi funesti. L’altro giorno il Roberto Bolle di New York ha scritto un tweet, poi cancellato – come gli adolescenti che si sfogano sui social e poi si vergognano con gli amici – per dire che la «la violenza cresce grazie a gente come Kirk», il quale avrebbe sostenuto che «le donne nere non avevano diritto al lavoro», che «i gay andavano uccisi», oltre ad aver fatto «propaganda pro-Putin», un’infilata di stupidaggini sesquipedali difficilmente ripetibile. E invece no, perché Alan segna un altro primato personale, e lo consegna alla Stampa: «Grazie al suo podcast e all’incitamento quotidiano al razzismo, alla violenza e all’odio, l’impero di Kirk è cresciuto da 4 milioni di dollari a 92 milioni (... ) Sì, qualcuno dirà: l’America è sempre stata violenta, nata da una rivoluzione e immersa nella cultura delle armi.