Per il colon, non più a Montebelluna, Oderzo e Vittorio Veneto, né a Belluno e Feltre, ma al Ca’ Foncello di Treviso e allo Iov di Castelfranco. Per il retto, non più a Camposampiero, Schiavonia e Cittadella, né a Rovigo, bensì a Padova. Per lo stomaco, non più a Portogruaro, Mirano, Dolo, Venezia e Chioggia, ma nemmeno all’ospedale dell’Angelo di Mestre, insomma da nessuna parte in provincia. In attesa delle direttive ufficiali da parte dei direttori generali ai primari delle rispettive Ulss, sono queste le possibili conseguenze della nuova mappa disegnata dalla Regione per l’esecuzione degli interventi di rimozione dei tre tumori, secondo i grafici a barre stilati in base ai requisiti fissati dai relativi gruppi di lavoro. Una revisione motivata con la necessità di rispettare i riferimenti di Agenas, che «ha evidenziato in modo inequivocabile la criticità della frammentazione della casistica in strutture con bassi volumi di attività e prevede delle soglie minime di attività, relativamente a una serie di procedure chirurgiche, in ragione della documentata relazione esistente tra la numerosità della casistica e gli esiti delle cure», come spiegato dal Coordinamento regionale per le attività oncologiche, dopo la protesta dell’Associazione chirurghi ospedalieri italiani. Ma ora anche il Partito Democratico si rivolge alla responsabile tecnico-scientifica Giovanna Scroccaro, sottoponendole in particolare il quadro veneziano: «Sono a rappresentarle la necessità di rafforzare, anziché depotenziare i centri periferici», le ha scritto il consigliere regionale Jonatan Montanariello.