VENEZIA - È guerra fra i chirurghi, e con la Regione, sugli interventi contro i tumori. Per capire lo scontro in corso, e le sue ricadute sui pazienti, è doverosa una premessa. Gli ospedali del Veneto sono suddivisi fra “hub” e “spoke”. Da un lato i centri di alta specializzazione, generalmente situati nelle grandi città, come il policlinico universitario di Padova o il nosocomio all’Angelo di Mestre. Dall’altro le sedi periferiche per le situazioni cliniche di minore complessità, situate prevalentemente nelle località di provincia, come Oderzo o Adria. Ebbene lo scorso 9 luglio gli uffici regionali hanno emanato due decreti che fissano i criteri per l’individuazione dei “Centri di riferimento chirurgici” per i pazienti affetti dal cancro allo stomaco, al colon e al retto. Il risultato è che i malati potranno essere operati solo nelle strutture più grandi e attrezzate, quelle cioè che assicurano elevati volumi di casistica, ritenuti un indice di maggiore garanzia nella gestione delle complicanze. «Ma contano gli esiti, non solo i numeri», ha protestato l’Acoi, associazione di categoria che conta oltre 5.000 iscritti a livello nazionale.

Quindi non tutti i camici bianchi che impugnano il bisturi, affiliati anche ad altre sigle, il che fa capire come il settore sia caratterizzato da diversità di vedute. Ad ogni modo l’Associazione chirurghi ospedalieri, guidata da Vincenzo Bottino, ha espresso «la grande preoccupazione per gli effetti che tale nuovo assetto organizzativo potrà determinare su alcune delle strutture ospedaliere», in una lettera firmata anche da Salvatore Ramuscello, presidente della Società italiana di patologia dell’apparato digerente. Inviato lo scorso 25 agosto, fra gli altri, al direttore generale Massimo Annicchiarico e all’assessore regionale Manuela Lanzarin, il documento ha contestato le conclusioni a cui è approdato il gruppo di lavoro nominato dalla Regione e composto sostanzialmente dai primari delle varie province.