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Ultimo aggiornamento: 10:40
“La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Suona per te”.
Vale la pena partire da qui – dai citatissimi e spesso abusatissimi versi del poeta John Donne che introducono il più celebre dei romanzi di Ernest Hemingway – per cogliere il senso della morte di Charlie Kirk, il giovane “influencer” trumpiano assassinato mercoledì scorso nel corso d’una manifestazione che, nel campus della Utah Valley University, lo vedeva come unico e “stellare” oratore. Ne vale la pena – nonostante quei versi siano nel tempo diventati, citazione dopo citazione, una sorta di luogo comune – per almeno due ovvie ragioni ma, date le circostanze, per nulla scontate.
La prima: perché, sullo sfondo di laceranti e feroci divisioni, quei versi ci ricordano come Charlie Kirk fosse comunque un essere umano, la parte di un tutto, l’umanità, che a tutti appartiene. E come la sua morte sia, come sempre è, qualcosa che a tutti toglie qualcosa, non solo per la scia di dolore che della sua assenza è l’inevitabile strascico – a 31 anni Charlie Kirk aveva di fronte a sé un’intera vita da vivere e, come tutti, aveva una madre, un padre, dei fratelli, una moglie, dei figli, degli amici, gente che lo amava ed ammirava – ma per il fatto che la sua è stata una morte violenta, un omicidio. Ancora una volta una parte dell’umanità di cui tutti siamo parte ha assassinato – non importa per quale ragione – un’altra sua parte. La campana, come nella poesia di Donne, suona, di nuovo, per tutti noi. E suona due volte, ricordandoci come la violenza possa essere di destra o di sinistra. Ma è – sempre e comunque – un atto contro la nostra umanità.















