Cosa accumuna la giovane e carismatica primo ministro di un paese alla periferia del mondo (per non usare formule più colorite) e il consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente del Paese indispensabile? Una fautrice della compassione nell’era dei social e un realista convinto che solo la forza potesse sconfiggere l’Unione Sovietica? Un personaggio tanto pubblico da presiedere consigli dei ministri al settimo mese di gravidanza dallo studioso che a 10 anni dichiarava in classe di essere appassionato di politica estera? Un’autobiografia che, per quanto sincera, tende inesorabilmente a prendere la parte di chi ne è l’autore e una biografia il cui l’autore (Edward Luce del «Financial Times»), per quanto pieno di ammirazione per il protagonista, non cade mai nell’agiografia?

In realtà molto, sia sul piano personale, sia su quello politico e professionale.

Nessuno dei due è nato col cucchiaio in bocca. Se Jacinda Ardern ha il coraggio di proporre un modello di esercizio del potere agli antipodi dello stile degli strongmen che si moltiplicano a tutte le latitudini è anche perché ha saputo superare il dubbio persistente di non essere all’altezza della sfida di guidare la Nuova Zelanda e i suoi cittadini. Figlia di un poliziotto di una cittadina di provincia, ha dovuto fare i conti anche con l’eredità ingombrante di Helen Clark, primo ministro nel 1999-2008 e alto funzionario dell’ONU nel 2009-17.