Eugenio Finardi, dal Movimento al Pci a Parco Lambro, passando per Sanremo. E oggi cantore dell’intelligenza artificiale. In 50 anni non ti sei fatto mancare nulla. Ma c’è una canzone che ti rappresenti veramente?

«Difficile trovarne una che ti rappresenti, perché tutti noi conteniamo moltitudini, come dice Walt Whitman. Se proprio vogliamo trovare una canzone che sia una metafora della mia vita artistica allora dico: Extraterrestre. Quando la canto nel 1978 è un flop totale. Mi tirano i sassi, dicono che sono un traditore. È la storia di due miei amici che sognano sempre di essere da qualche altra parte. Attraverso di loro cerco di mettere in musica l’impossibilità di scappare da se stessi nel momento in cui la deriva violenta sta tradendo i nostri sogni. Quelli che come me non vogliono sparare cercano risposte mistiche. Io guardo in faccia le contraddizioni. Sul retro del disco metto la canzone Cuba: “È che viviamo in un momento di riflusso, e ci sembra che ci stia cadendo il mondo addosso, che tutto quel cantare sul far la rivoluzione, non sia stato che un sogno, un’illusione». Se questo è un tradimento, allora ho tradito per tutta la vita, cercando di capire le dinamiche della storia e di mettermi in discussione. Il riflusso, negli anni 80, c’è stato eccome, e quando 12 anni dopo l’ho riproposto, Extraterrestre è stato un grande successo».