"Mi accoltellava in silenzio. Mi colpiva alla testa. Una volta dal macellaio stavano tagliando una fiorentina. Quello era il rumore che sentivo mentre continuava a colpirmi. Se esce dal carcere ci uccide tutti". Non ha trattenuto le lacrime Lavinia Limido oggi quando ha testimoniato davanti alla Corte d'Assise del tribunale di Varese presieduta dal giudice Andrea Crema ripercorrendo quanto accaduto il 6 maggio 2024 a Varese. Sul banco degli imputati (oggi non presente in aula) c'è Marco Manfrinati, ex marito della donna. Manfrinati risponde del tentato omicidio di Lavinia e dell'omicidio di Fabio Limido, padre della donna, ucciso nello stesso frangente sempre a coltellate perché intervenuto in difesa di lei.
La donna ha raccontato la paura, il controllo che l'ex marito esercitava - "mi contava i soldi nel portafoglio" ha detto - e la decisione di andar via insieme al figlio minore. In Aula sono stati ascoltati anche i messaggi di Manfrinati (già condannato in primo grado per stalking nei confronti di tutta la famiglia Limido) alla ex moglie dopo la fuga: "Io sono l'inviato di Dio, io sono il messaggero della morte". L'avvocato Elio Giannangeli, legale dell'imputato, ha insistito sulla volontà di negare gli incontri con il figlio a Manfrinati. La linea difensiva punta a dimostrare che la famiglia Limido avrebbe volutamente esasperato l'uomo - arrestato in flagranza - non facendogli incontrare il bambino.







