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A un giorno dalle esplosioni che hanno scosso Doha non si ha notizia sul destino delle persone colpite, Hamas ha dichiarato che tutti ne sono usciti indenni. Anche se non affidabile è difficile si rilasci una dichiarazione sapendo che può essere smascherata in tempi brevi. Come sempre conferme e smentite si rincorrono.
L’ipotesi che qualcuno l’abbia scampata regge se confrontata con altre fonti provenienti dal Golfo e con il ritardo di Israele nel fornire risposte. L’unico dato certo è che l’IDF vaglia le informazioni prima di rilasciare dichiarazioni ufficiali. Le bombe hanno causato gravi danni alla villa dove la dirigenza si era riunita e il luogo è ancora chiuso sia al pubblico, sia ai giornalisti il che fa pensare a una ripulitura in corso. Non ci sono foto o video dei capi di Hamas scattate o girati nelle ultime ore e anche le reti televisive arabe, che hanno citato le affermazioni di Hamas, non hanno ancora pubblicato alcuna prova che Khalil al-Hayya, Zaher Jabarin, Muhammad Darwish, Musa Abu Marzouk o qualsiasi altra figura di spicco siano vivi. L’unica ammissione è che il figlio di Khalil al-Hayya, al-Hamam, è morto nell’attacco. Rimane che Suhail al-Hindi di Hamas, mentre discuteva del destino di Khalil al-Hayya durante una diretta su Al-Jazeera ha usato la parola «shahid», martire. Balbettando ha poi aggiunto: «Khalil al-Ha... ehm... Hamam Khalil al-Hayya, Abdullah Abd al-Wahd, Mu'man Hassuna, Ahmad Abd». La registrazione è stata più volte ascoltata, potrebbe essere stato un lapsus dovuto alla confusione o un errore rivelatore.










