La "crisi di luglio" del 1914 evocata oggi dal presidente Mattarella, fu caratterizzata da quella "imprudenza di comportamenti" da parte dei grandi Stati europei, tali da precipitare il continente nella Prima Guerra Mondiale: un conflitto che Austria e Germania immaginavano limitato nel tempo e nello schieramento, e che invece si rivelò uno scontro lungo in cui furono coinvolti tutti gli Stati del vecchio continente, con una carneficina mai vista prima nella pur sanguinosa storia europea.
Tutto iniziò con l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria e Ungheria, il 28 giugno a Sarajevo, da parte del nazionalista serbo Gavrilo Princip.
Iniziarono quindi a susseguirsi lunghe settimane in cui la diplomazia fallì l'obiettivo di evitare che la scintilla iniziale scatenasse l'incendio.
L'Austria minacciò subito la Serbia di ritorsioni, e il presidente Francese Poincarè si recò in Russia, Paese alleato della Serbia, per tentare di formare un fronte che bloccasse le minacce di Vienna. Questa si accordò con l'alleato tedesco per una guerra lampo alla Serbia che ponesse gli Stati europei davanti al fatto compiuto.
La Gran Bretagna, che aveva migliorato i rapporti con la Germania, ritenne improbabile un conflitto e non intervenne diplomaticamente. Dopo un mese dall'attentato, il 23 luglio l'Austria - Ungheria presentò alla Serbia un ultimatum a cui rispondere in 48 ore, con condizioni umilianti che vennero respinte da Belgrado.









