«Signora, lei vuole far resuscitare un morto. È impossibile! Mi dicevano così i clienti. E se non lo dicevano, lo pensavano venendo al Cipriani ormai solamente come gesto d'affetto. Io peraltro non avevo nessuna idea di cosa significasse gestire un hotel, se non per i quattro anni passati a New York quando ogni sera venivo accolta come una di famiglia all'Harry's bar da Giuseppe Cipriani. Ma oggi, dopo tredici dieci anni di lavoro, mi godo i primi risultati stabili. E sono felice». Sigrid Guillion Mangilli, mezza norvegese e un po' madrilena, è anche la signora Zanetti. Suo marito Massimo, industriale del caffè, ha acquistato l'Hotel Villa Cipriani di Asolo nel 2012 e le ha messo le chiavi in mano di questa vecchia struttura blasè, con un passato senza dubbio migliore del presente. Lei ha imparato tutto, da come si costruisce una piscina a come assicurarsi una moquette scozzese all'asta. E quel luogo, teatro di un Novecento veramente scintillante, museo vivo di una Asolo che radunava il jet-set internazionale, ha iniziato a rifiorire. «La mia sfida, oggi, è far tornare Asolo il luogo magico e incredibile che fu: rifugio di artisti, creativi e bel mondo».
Partiamo da lei. Albero genealogico intricato e non poco...«La mia famiglia inizia in Francia con Albert Guillion, musicista francese che rappresentò alcuni lavori alla Fenice prima di entrare nell'entourage della contessa Lucrezia Mangilli Valmarana, vedova Bressa che poi gli trasmise la proprietà della villa di Biadene. Albert arriva a Montebelluna e inizia a fare l'agronomo, sposa una ragazza prussiana, Maria Finke, e nasce Edoardo che sarà adottato dalla contessa. Il figlio di Edoardo, Eugenio, si innamora di una norvegese, Alvilde. Da questa unione nascono mio nonno Alberto e la prozia Sigrid, da cui eredito il nome. Il nonno si innamora a sua volta di una signora inglese, Maria Vittoria Winspeare, una donna luminosa e incredibile che meriterebbe un capitolo a sé e la zia sposa un conte della famiglia Cini». Suo padre invece si innamora della figlia del sindaco di Madrid, Ana Rosa Moreno Benjumea...«Lei aveva 23 anni e per consolarsi da una delusione d'amore viene a trovare una cugina che aveva una villa a Crespignaga. Conosce questo Vittorio e fugge in Italia. Si ritrova a gestire una villa di campagna. Io non so come abbia fatto onestamente, perché noi facevamo vita di campagna vera. Con i trattori in casa». Ma lei non ha sentito il bisogno di fuggire ad un certo punto?«Onestamente no. È stato mio padre a dirmi: devi andare a Milano. Per lui rappresentava la grande città, si era laureato alla Bocconi. Io scelgo la Cattolica e mi laureo in Economia e Commercio, poi mi sposto a New York, dove lavoro per quattro anni alla Fiat in Finanza. Ho amato follemente quegli anni. Vivevo tutte le sere da Cipriani con un gruppo formato, tra gli altri, da Marco Revedin. Naomi entrava nel Harry’s Cipriani (nome del locale, ndr.) e ci diceva: "Ciao Cipriani family". Tutti passavano di là, gli stilisti, le star, ai tavoli si vedeva a volte anche Harvey Weinstein. Ogni sera facevamo le tre. Di sabato ero talmente stanca che stavo a casa a guardare Sex and the City e a stirare. Avevo ricevuto un'offerta dal gruppo Cipriani ma è arrivata la chiamata di Marco Balich. Ho fatto un container e sono tornata in Italia». C'erano le Olimpiadi di Torino da organizzare.«Un'esperienza pazzesca. Divento responsabile dei vip con Nicoletta Mantovani Pavarotti. E capisco che quello era il mio mondo, che questa cosa la sapevo fare in modo spontaneo. Poi ho partecipato agli eventi per i 200 anni dell'indipendenza in Messico e infine Balich mi manda a inaugurare la villa a Treviso di Massimo Zanetti, pronta a diventare quartier generale dell'azienda». È lì che scatta il colpo di fulmine?«Si, era il 2010 ed è stato davvero un colpo di fulmine. Io non volevo figli, non cercavo il padre dei miei figli. Ho aspettato finché è arrivato lui. E dopo i primi momenti strani, tutto è andato in porto. Sono dieci anni che siamo sposati. Con grande reciproca felicità». Quando Asolo entra nel vostro orizzonte?«Ad un certo punto Massimo mi chiede dove voglio vivere. Io amo la campagna e Asolo per me è sempre stato un luogo speciale. Abbiamo acquistato un appartamento. Lui, ridendo, mi dice che voleva una via di fuga in caso di liti e in albergo poteva sentirsi libero. Così, nel 2012, compra il Cipriani e mi mette le chiavi in mano: te ne occupi tu. E così mi sono messa il cappello dell'architetto e della decoratrice». Com'è andata?«Il tema era ringiovanire questo luogo senza snaturarlo. Lasciargli l'aura ma insieme renderlo degno della sua storia. La piscina è stata un trauma, ma un trauma necessario. È stata una sfida ma abbiamo vinto il primo premio come piscina outdoor più bella d'Italia. Ho rifatto tutte le stanze, da 31 sono diventate 28. Tutto è stato migliorato, nulla davvero cambiato. Perché l'ispirazione, i materiali, le scelte sono state sempre coerenti con la storia. Mi sono inventata un ristorante in piscina, il Rosmarino, e il futuro è valorizzare tutto il parco. Non è make up: sono abituata a vivere nell'ordine e nella pulizia, abbiamo risanato anzitutto, poi la bellezza è venuta da sè». Che padrona di casa si considera?«Non il tipo che intrattiene i clienti. Forse anche per timidezza. Saluto, cerco di pormi con gentilezza ma sono molto attenta alla privacy. Non sono il tipo alla Marie Louise Sciò del Pellicano, per intenderci. Non ancora perlomeno». Lei avverte l'aura di questo luogo?«È impossibile non sentirla. Questo è un luogo che parla, vorrei che per i giovani di oggi diventasse una sorta di Memoria del Mondo. Questa casa apparteneva al figlio di Robert, Pen Browning, un tipo molto strano che l'aveva venduta alla famiglia Galanti (ma continuava a portare le amanti nella garconierre per cui ci fu pure una causa). Poi Giuseppe Cipriani in società con Rupert Guinness la compra e il giovane Arrigo arriva a gestirla. Negli anni Sessanta diventa il luogo del jet set. Non solo l'alta borghesia e la nobiltà inglese, ma Mastroianni, la Deneuve, la Regina madre che veniva a trovare Freya Stark. Segue un periodo in salita e, dal 2012 eccoci qui. Noi abbiamo voluto lucidare il Cipriani, non ristrutturare. Non ha senso. Luoghi così ormai non esistono più. Volevamo che mantenesse il fascino del passato con i necessari comfort del presente. Per continuare a brillare».







