Con la più grande base americana in Medio Oriente, a pochi chilometri da Doha, un contingente turco di rinforzo, un gigantesco giacimento di gas in condivisione con l’Iran, il più potente soft power nel mondo arabo, e cioè la tivù Al-Jazeera, e un forziere infinito per comprarsi squadre di calcio e consensi in tutto il mondo, il Qatar, tra i Paesi più ricchi del Pianeta, se ne stava seduto in mezzo al Golfo in una torre di avorio e d’acciaio, tranquillo, sereno, mentre i missili lo sorvolavano senza mai colpirlo. Nel giro di tre mesi l’incantesimo è andato in frantumi. Il 23 giugno, la guerra fra Israele e l’Iran ha spezzato questa neutralità dorata, la Repubblica islamica ha preso di mira la base statunitense di Al-Udeid, non senza aver avvisato prima le autorità qatarine e la Casa Bianca. Un avvertimento, simbolico, ma comunque la fine dell’immunità. Ieri è stata colpita la stessa Doha, dagli israeliani, e non per finta. Il Qatar è diventato un nuovo campo di battaglia di un’infinita guerra per procura: il teatro della decapitazione di Hamas, di un attacco diretto ai mediatori e agli stessi negoziati di pace, il sigillo, la parola fine, sulla possibilità di una tregua. Ma dietro il messaggio esplicito ce ne è uno più profondo. La fine dell’immunità comporta la fine dell’ambiguità. Lo Stato ebraico è al lavoro contro “l’Asse del Male” da una ventina d’anni. E l’ha di fatto smantellato, poco ci manca. L’elenco degli Stati da “demolire”, letterale, lo ha dato il generale Wesley Clark in una celebre intervista sul “piano Wolfowitz”.
Raid israeliano in Qatar, un colpo mortale ai negoziati e un avvertimento ai Paesi del Golfo
Per la prima volta Netanyahu agisce in un Paese alleato Usa












