Un paese precipitato nel caos.

È l'unica certezza quando la sera immerge nel buio e in uno stranito silenzio, Katmandu, la capitale del Nepal, al termine di una seconda giornata convulsa. Una giornata nella quale, dalle prime ore del mattino, decine di migliaia di giovani manifestanti, la generazione Z che ha deciso di spazzare via il nepotismo e la corruzione che dominano il paese himalayano, sono scesi nelle strade e, sfidando il coprifuoco, hanno espresso rabbia e dolore per la morte, ieri, di diciannove di loro e il ferimento di altri quattrocento negli scontri con la polizia. La notizia delle dimissioni del premier K P Sharma Oli "per contribuire a normalizzare la situazione", non ha fermato la protesta. Che si è fatta sempre più violenta.

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Nepal in fiamme, i manifestanti danno fuoco al Parlamento - Primopiano - Ansa.it

Uno dopo l'altro, sono stati dati alle fiamme il Parlamento, l'ufficio del Presidente, la Corte Suprema, sedi di tribunali, uffici del fisco, il quartiere generale della più grande azienda editoriale nepalese, che pubblica il quotidiano Kantipur Post. I manifestanti non hanno risparmiato nemmeno i palazzi reali, che costituiscono i fragili resti del prezioso patrimonio culturale del paese, già massacrato dal terremoto del 2015. Dopo le istituzioni, è stata la volta delle abitazioni dei leader dell'establishment politico, incendiate e saccheggiate con slogan come "neta chor, desh chod " (politici ladri, lasciate il paese). A sera, si è appreso che la moglie dell'ex premier Jhalanath Khanal è morta per le ustioni riportate nell'incendio della sua villa, in un quartiere esclusivo della città.