Poi, in un momento per statuto di sospensione, una domenica d’inizio settembre persino senza campionato di calcio, la rivelazione. Che corrisponde a un’eco profonda dal nostro subconscio culturale, una certezza che ci rimbomba dall’antica Grecia, dalle guerre congelate per la tregua olimpica, dall’ideale tutto occidentale della “kalokagathìa”, quella fusione inestricabile di armonia corporea e valore morale che, presa alla lettera, fa rabbrividire gli intossicati odierni del politicamente corretto. In ogni caso, la sentenza domenicale è agli atti (anche degli ascolti televisivi): c’è un segmento dell’umano che spariglia gli intruppamenti ideologici, le paure del presente e anche le paturnie del presentismo, questa dittatura dell’attimo che diventa ansia da prestazione del clic. E questa zona franca si chiama sport. Impresa sportiva, gesta sportiva, gara che è già epica mentre non ha ancora esaurito la cronaca. Anche se culmina in una sconfitta non negoziabile come quella di Sinner nella finale dello Us Open contro il martello-Alcaraz. Forse, a maggior ragione in quel caso. La splendente vittoria a Wimbledon, a parti invertite, aveva anche partorito un “sinnerismo” di maniera, un caso passeggero di conformismo di massa. L’altro ieri invece, a ogni rantolo di Jannik a inseguire la palla troppo potente, o troppo tagliata, dell’altro, era ciascuno di noi che soffriva con lui, era “quel singolo” che rappresenta il dramma di ogni uomo, come voleva Sören Kierkegaard, a specchiarsi nel dramma sportivo del nostro.