In aula ha parlato per circa un’ora e mezza. Rilasciando dichiarazioni spontanee «analitiche e corpose», sintetizzano i suoi legali, per ribadire ad alta voce che «sono innocente». Davanti al gup Valeria Rey, a processo in abbreviato (che prevede quindi lo sconto di un terzo della pena) c’è un insegnante di religione in una scuola in città — e avvocato, iscritto al Foro bresciano — quarantenne, imputato di accuse pesanti: atti sessuali con una delle sue alunne (che all’epoca dei fatti aveva sedici anni), commessi in veste di educatore, e produzione, oltre che detenzione, di materiale pedopornografico. La contestazione dice di 28mila file trovati nei suoi device. Ma lui precisa: «Il conteggio deriva da un algoritmo e incarna una mera statistica». In sostanza, non nega di essere stato iscritto ad alcune chat di Telegram, in cui sarebbero transitate migliaia e migliaia di immagini hot, una parte delle quali avrebbe riguardato minorenni. «Ma mai bambini, per favore lo scriva», tiene a sottolineare il professore, che ha una moglie — mai l’ha lasciato solo — e due figli piccoli. Dalle foto, secondo la difesa e consulenza tecnica di parte alla mano, nemmeno si capirebbe se i protagonisti sono maggiorenni o meno.