Il giudizio del mercato è netto e senza appello. Italia, ma anche Grecia e Spagna, i paesi che un tempo erano considerati i “periferici”, quelli da inserire nella classifica dei Pigs tanto amata dalla stampa anglosassone, Financial Times in testa, hanno già segnato la loro rivincita su Francia e Germania, diventando la locomotiva dei mercati Ue. In 10 anni il Ftse Mib di Piazza Affari ha guadagnato il 92% (+115% negli ultimi 5 anni), lì dove il +25% appartiene ai guadagni del 2025. Il Ftse Athens vanta il +230% in cinque anni (+42% da gennaio) e il +150% in dieci anni. Mentre l’indice Ibex spagnolo ha guadagnato il 123% in cinque anni (+56% in dieci). Per il Cac di Parigi, la performance a 10 anni si ferma al 69% (+54% in 5 anni), con i guadagni annuali inchiodati al + 3%. Francoforte in dieci anni ha accumulato il 146% (+86% in cinque anni), a fronte del +19% da gennaio.

A consacrare il grande sorpasso è proprio il Financial Times: «I mercati azionari dell'Europa meridionale, un tempo poco apprezzati, quest'anno hanno superato quelli del resto del continente. E questo perché gli investitori cercano valore nei mercati più economici, in un clima di rinnovato entusiasmo per gli asset europei». I numeri dicono che gli indici azionari di Grecia, Italia e Spagna, paesi al centro della crisi del debito più di un decennio fa, hanno «superato quelli di paesi più grandi come Germania e Francia, sovraperformando l'indice paneuropeo Stoxx Europe 600». Se la Germania fa da catalizzatore, con il suo pacchetto di stimoli fiscali e l'aumento della spesa europea per la difesa, sono, secondo il quotidiano della City, i mercati azionari dell’Ue meridionale a offire agli investitori «un punto di ingresso più conveniente nella crescita del continente» visto che rispetto agli indici di Germania e Francia, sono scambiati a rapporti prezzo/utili molto più bassi. Del resto, a dieci anni dalla crisi europea del debito, quasi tutto è cambiato. Era l’estate del 2015, quando l’Europa si trovava sotto l’attacco della speculazione che aveva spinto l’allora presidente della Banca centrale europea Mario Draghi a lanciare il Quantitative easing, il massiccio piano di acquisto di titoli di Stato Ue. La Grecia dovette accettare la ristrutturazione del debito imposta dall’Unione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca centrale europea e dall’Eurogruppo, di fronte al rischio “Grexit” di uscita dall’euro.