Il debito pubblico e la spesa per interessi corrono in Europa, ma non in Italia. La calma che caratterizza i titoli italiani in questa fase turbolenta, e che fa convergere su Roma le rotte inedite delle «fughe verso la qualità» da parte degli investitori globali, si spiega così.
Perché l’immagine dei BTp sui mercati internazionali mescola oggi due elementi che dietro a una contraddizione solo apparente convergono in realtà ad attivare la calamita dei portafogli internazionali: i rendimenti sono tenuti alti dalle dimensioni del nostro debito pubblico, per il momento ancora riflessa dai rating nonostante i miglioramenti delle ultime tornate; ma la traiettoria è, oggi, quella di un rigore fiscale che ha pochi concorrenti in Europa, e che ovviamente piace a chi cerca certezze non più di casa a Washington, Londra, Parigi, e nemmeno a Berlino.
Il confronto internazionale
I numeri del confronto internazionale illustrano con qualche efficacia questo quadro. Secondo gli ultimi programmi ufficiali di finanza pubblica, gli Stati dell’Unione europea pagheranno quest’anno 369,3 miliardi di euro in interessi sul proprio debito, con un aumento del 10,1% rispetto allo scorso anno.
La dinamica è ovviamente analoga quando ci si concentra sull’Eurozona, che assorbe la fetta maggioritaria del debito comunitario e vede quest’anno crescere la spesa per interessi del 9,7% rispetto al 2024.






