La storia dell’umanità è scritta nei suoi oggetti. Pietre scheggiate, lance di bronzo, microchip. Siamo l’unica specie capace di creare strumenti e tramandarli. I musei sono pieni di reliquie del progresso: la Stele di Rosetta, il telescopio di Galileo, i taccuini radioattivi di Marie Curie. E se dovessimo costruire un museo dell’ecologia, quali oggetti vi troveremmo?
Proviamo a immaginare la prima sala di questo museo: la stanza dell’Antropocene. Spoglia, con solo quattro teche. Raccontano le ferite della Terra e le speranze di curarla. Perché ogni strumento ha sempre una duplice natura: danno e rimedio, distruzione e rinascita.
1. New York, 1856 — I cilindri di vetro
Il primo oggetto è il più fragile del nostro museo. Due cilindri di vetro riempiti di aria: uno con azoto e ossigeno, l’altro con anidride carbonica. Li maneggiava Eunice Newton Foote, scienziata sconosciuta, che nel 1856 pubblica su una rivista di New York un articolo di due pagine. L’esperimento è semplice: esporre i tubi al sole e misurarne il riscaldamento. Scopre che l’aria con più CO₂ trattiene più calore.
La sua frase è una profezia:






