Dimenticate l’immagine stereotipata della vodka fredda e senza volto, relegata alle steppe dell’Est. In Italia sta crescendo un fenomeno nuovo e sorprendente: piccole distillerie artigianali che scelgono di produrre vodka, mettendo al centro non la standardizzazione ma l’identità. Un percorso simile a quanto già successo con in gin, ma molto più settoriale. A guidare questa rivoluzione sono i grani antichi, riscoperti e coltivati in molte regioni, dal Russello siciliano al Gentil Rosso romagnolo, dal monococco al Senatore Cappelli. Materie prime che, una volta fermentate e distillate, restituiscono un profilo aromatico ricco, lontano dall’anonimato delle grandi etichette internazionali.
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28 Agosto 2025
Al nord, la ricerca si lega a un altro elemento distintivo: l’acqua di alta montagna, che con la sua leggerezza dona pulizia e morbidezza. Al sud, invece è il terroir a diventare narrazione: l’Etna e i suoi grani vulcanici, la Puglia che gioca la carta della provocazione, la Campania che riscopre varietà locali dimenticate. Ogni bottiglia racconta un frammento di territorio, trasformato in distillato attraverso tecniche antiche e alambicchi moderni. E così, accanto a etichette come la Vodka di DOA, già premiata in concorsi internazionali, troviamo progetti sperimentali come Ianculìdda, eleganze come Vulcanica, provocazioni come Svergognata, fino alla sobrietà raffinata di Eugin. Non si tratta più di rincorrere modelli stranieri, ma di costruire un linguaggio italiano della vodka, fatto di biodiversità, tradizione e coraggio imprenditoriale.






