La squadra che nessuno vuole incontrare e che molti vorrebbero fuori dal consesso calcistico, ormai è di casa in questo hotel 5 stelle «superior» appena fuori dal centro di Debrecen, a due passi dallo stadio Nagyerdei: in questo angolo orientale dell’Ungheria, dove gli ebrei fra il 1943 e il 1945 furono deportati a migliaia, Israele alterna le partite disputate alla periferia di Budapest, dato che dal 7 ottobre 2023 non può giocare in patria. Per molti, a cominciare dalla Federcalcio norvegese, passando per l’associazione italiana allenatori presieduta da Renzo Ulivieri, Israele non dovrebbe giocare in assoluto. Come la Russia. «È un caso diverso — ha spiegato il presidente della Uefa Ceferin — perché per la Russia c’è stata subito una pressione politica, che per Israele non c’è: la pressione proviene più che altro dall’opinione pubblica».