«Il lavoro della moda va raccontato all’esterno in maniera glamour, ma è fatto di piccole cose che devi portare avanti con costanza e Giorgio Armani in questo è molto bravo», mi raccontava Nino Cerruti, il grande designer-imprenditore che per primo riconobbe il talento del giovane stilista. «Era già un ragazzo capace di grande disciplina che lo rendeva molto affidabile. La gente della moda ama annunciare prima quello che vuole fare e poi ci si dedica, Giorgio era uno che prima agiva e poi diceva: ecco, mi è riuscito proprio bene», ricordava il signor Nino. «Era il 1965 — ricordava Armani nella sua autobiografia —. Pur avvalendosi di tecnologie avanzate e degli esperti italo-americani che operavano in azienda, Cerruti mi chiese di trovare nuove soluzioni per rendere il vestito meno rigido, più confortevole, meno industriale e più sartoriale. Fu in quel momento che, decostruendo la giacca, la feci vivere sul corpo, utilizzando tessuti per nulla tradizionali». Era lui stesso a descriversi, «come persona e stilista: preciso, pignolo, rigoroso, intransigente, leale, costante, determinato, appassionato».
«La mia moda nasce da un lavoro di sottrazione, dal rispetto per chi indossa l’abito, dall’idea di creare uno stile capace di resistere pur evolvendosi nel tempo. Compostezza e dignità. Ma non mi riconosco nelle etichette e nemmeno nelle scuole di pensiero, perché negano la varietà delle ispirazioni, appiattiscono i percorsi della mente, impongono obbedienza cieca a principi predefiniti. E io mi sono sempre sentito un outsider».













