«Se avessi soltanto una formula magica, negli anni si sarebbe logorata o peggio ancora qualcuno se ne sarebbe impossessato. A meno che per magia non s’intenda un’intuizione, il tempismo, una certa sensibilità», così si raccontava Giorgio Armani, in una delle sue ultime interviste ad HTSI, suggerendo quella capacità di trasformare il «sussurro di un’eleganza essenziale» in linguaggio personale e professionale, coerente con se stesso senza soluzione di continuità. Il mondo che Giorgio Armani ha costruito nei suoi 91 anni di vita e 50 di azienda è fatto di rispecchiamento, è prima di tutto il suo ritratto, tracciato sul tessuto di una dedizione assoluta al lavoro, «l’etica dell’impegno, del fare e fare bene».
Ogni sua collezione, ogni suo abito, ogni sua campagna, ogni fotografia di moda parla di lui e non soltanto perché, fino all’ultimo, ha seguito e controllato personalmente tutto – la sua reputazione di leader a cui non sfuggiva un dettaglio è leggendaria. Parla di lui perché il modo che Giorgio Armani ha scelto per esprimersi è fare. Un «inventore pragmatico», come lui stesso si definiva.
Le sue giacche, dove ogni stagione s’impegnava a esplorare un dettaglio in più - «l’ho accorciata, alleggerita, realizzata in lana o in seta, elegante o spiritosa, sciolta come un cardigan, a un pezzo solo, doppio petto, senza bottoni, a kimono, sahariana, bolero, leggera come una camicia...» - sono non solo le sfaccettature del classico Armani, sono la sua lingua. Come le lettere di un alfabeto vengono scritte e riscritte, scomposte e ricomposte per raccontare e raccontarsi, in un percorso contemporaneamente di scoperta e conferma, novità e continuità.










