Putin alza il tiro da Vladivostok, estremo oriente della Russia, e trasforma gli avvertimenti in minaccia. «Se qualsiasi truppa appare lì, soprattutto ora mentre i combattimenti sono in corso, presumiamo che saranno obiettivi legittimi». E il risultato non cambierà se i soldati, i garanti in armi della sicurezza ucraina, saranno dispiegati sul terreno dopo il cessate il fuoco o la firma di un accordo. A quel punto saranno inutili. «Se si raggiungeranno decisioni che portano a una pace duratura, non vi sarà motivo per la loro presenza sul territorio ucraino. E se si arriverà a intese dopo tre anni e mezzo di guerra, nessuno dubiti che la Russia li rispetterà in pieno».
Una posizione ferrea, quella di Mosca, ribadita quasi ogni giorno. Contingenti stranieri in Ucraina significherebbero un ingresso di fatto nella Nato, il che è «inaccettabile» per lo Zar. Il leader russo mette insieme due concetti a prima vista inconciliabili. Da una parte ammonisce che sarà «praticamente impossibile raggiungere un accordo su questioni chiave con l’altra parte», dall’altra ne immagina la possibilità sostenendo che a quegli accordi, per lui irricevibili, il Cremlino si atterrà. È la contraddizione della diplomazia russa: negare la possibilità di un’intesa, mentre ne rivendica in astratto l’obbedienza.










