Non resistono. Hanno cucito addosso a Giorgio Armani il vestito del «democratico e antifascista». Hanno sfoderato l’uncinetto progressista per intrecciare il ritratto del genio che «veste i politici, ma non si fida». Disquisendo di eleganza e (com)portamento sociale, hanno plissettato la superiorità antropologica dove «è difficile immaginare l’influencer, il calciatore, il tronista, il gieffino, ma anche il politico populista, o l’opinionista prêt -à -penser griffati Armani». Esibendo il punto croce, hanno ricamato l’Armani che ha realizzato «il progetto democratico» e, perdinci, è chiaro che dopo di lui «non abbiamo più artisti universali in alcun altro campo».

Il sincero democratico con la morte di Giorgio Armani s’è sparato le ultime cartucce della resistenza del “ceto medio riflessivo”, dunque che si stampi il manifesto degli intellettuali in abito da cocktail, il cartamodello di un’Italia su misura, la loro, che non esiste. Non hanno resistito, anche Armani è finito nel catalogo del politicamente corretto del presente. Nel défilé del giornalista democratico gli accessori sono sempre quelli: fascismo e antifascismo, l’Italia migliore contro quella peggiore, il colto che scruta come un entomologo l’incolto, il civilizzato che appende il barbaro.