Rilassata, informale, morbida, capace di assicurare comfort, comunicare carattere e, soprattutto, di cambiare le regole di gioco, costume, società. O meglio, come amava dire Re Giorgio, in grado di farsi strumento per rivendicare «la dolcezza dell'uomo e la forza della donna». È nella celebre giacca destrutturata il simbolo dello stile firmato Giorgio Armani. E della sua rivoluzione. «Sottile e sussurata, ma pesante», la definiva lo stilista, che elencava tra le sue più grandi soddisfazioni, proprio il fatto di aver cambiato «il modo di vestire di uomini e donne». E di aver scardinato «delle regole dell'abbigliamento che c'erano da 30-40 anni, come proporre un abito da sera con il tacco basso, togliere rigidità alla giacca, immaginare che una donna potesse essere vestita come un uomo».
Non era solo una questione di immagine, ma di filosofia. Un impegno a contrastare gli stereotipi e a far cadere i confini di genere, non approdando all'unisex, ma a una più profonda armonia, anche nelle diversità.
Togliere sagomatura, imbottiture, scegliere tessuti morbidi, concepire linee fluide capaci di seguire e valorizzare il corpo e il movimento, più in generale eliminare il "rigore" permetteva di uscire dai canoni imposti. Anzi, ancora di più, di abbattere quegli stessi canoni di fatto, limiti - per approdare alla libertà di essere e apparire. «La legge del lusso non è aggiungere, ma togliere», diceva Armani. Destrutturare il classico significava consentire al nuovo di avanzare e ai generi appunto di trovare un punto in realtà, un capo comune, che desse la facoltà di rilassarsi a lui e la forza di imporsi a lei.










