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«Ne ferisce più la penna che la spada» è un detto con origini antiche e versioni equivalenti in quasi tutte le lingue del mondo. Si adatta a molti contesti, ma se riferito all’arguzia e alla vivacità della critica verso i prodotti culturali oggi suona poco appropriato. Per lungo tempo quell’arguzia e quella vivacità hanno infatti trovato la loro principale e più ammirata espressione nelle stroncature, ma di stroncature se ne leggono sempre meno, o meglio ancora: le ragioni per cui i critici le scrivono sono cambiate.
Ne ha scritto di recente anche il New Yorker a proposito della critica musicale, ma è un argomento di cui si discute da anni anche per le recensioni dei libri, dei film e di altri prodotti culturali. C’entra il modo in cui Internet e altri fattori hanno cambiato gli interessi economici e i rapporti tra critica, pubblico, produttori e autori, favorendo di fatto un approccio generalmente accomodante o compiacente verso la cultura di massa, o verso nicchie abbastanza ampie da sostenere domande di mercato.
Nel caso della critica musicale è un’evoluzione particolarmente notevole, perché molti dei più autorevoli critici del passato avevano invece costruito la loro reputazione proprio sulla severità dei loro giudizi contro la musica che andava forte in classifica. E anche davanti a musicisti famosi e rispettati, quando non apprezzavano un loro nuovo disco, non si facevano problemi a scriverlo senza mezzi termini.







