Più che un film maledetto è un film BENEdetto. Un film fatto per Bene di Franco Maresco, immensa plateale chiusura del Concorso di Venezia 82, è il naturale intersecarsi tra due mostruosi disarticolatori del discorso: il regista di Belluscone e quel Carmelo Bene qui più pre-testo, sirena ammaliante, inquieto soffio d’archivio. Come nella migliore tradizione mareschiana, Un film fatto per Bene è un film che si vuole fare e che non si riesce a fare. Uno spunto formale che Nanni Moretti, ad esempio, insegue malamente da trent’anni mentre Maresco lo vivifica rimescola scompone e ricompone come nessuno da nemmeno una ventina.
Dato lo storico diluvio estetico di Cinico Tv – un immaginario che tutti ricordano in maniera indelebile, anche a chi gli ha fatto schifo – ecco il terzo episodio di Totò che visse due volte assottigliarsi e infilarsi dentro a Un film fatto per Bene. Ci sarebbe una sceneggiatura pronta su un professore che aveva suggerito a Carmelo Bene l’esistenza passata di un santo che levitava. La lavorazione del film era pure partita con i soldi di Andrea Occhipinti della LuckyRed (sorta di co-protagonista telefonico occulto del film) ma tra temporali, incomprensioni, incazzature, il set è naufragato, chiuso anticipatamente e senza film in mano.











