Un colore che lo ha immortalato nell’immaginario collettivo, diventato marchio di fabbrica (per lui) e nuova categoria del guardaroba (per tutti gli altri)
Silvia Schirinzi
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Per chi ha il feticcio dei direttori creativi, come si chiamano da un bel po’ di anni quelli che stanno a capo dei marchi di moda, il modo in cui si vestono è spesso la finestra più accessibile al loro mondo interiore, il territorio immediato per intuire la persona si nasconde dietro le collezioni. Il cliché vuole che tanti designer si vestano di nero, T-shirt e pantaloni semplici, si dice per sfuggire alla complicazione del lavorare con i vestiti degli altri, e di doverli immaginare, poi qualcuno ha aggiunto nel tempo dei dettagli (gli occhiali da sole, un certo modello di sneaker), altri invece indossano le loro stesse creazioni, magari d’archivio, sono le prime incarnazioni del loro brand. Giorgio Armani, invece, vestiva di blu.
Dopo la scomparsa di ieri, in queste ore siamo sommersi dall’aneddotica, ma mai come nel caso di Armani è difficile sfuggire, o sbuffare, perché Armani è effettivamente leggendario, e perché se si pensa alla moda italiana, è molto probabile che si pensi a una foto di Armani vestito di blu. A volte abbinato al nero, sfatando la regola aurea dell’eleganza di provincia, ma come blu e nero insieme, il più delle volte blu e blu, blu Giorgio, come quello «dell’abito della cresima e della divisa militare», lo avrete letto ovunque, ma tant’è. Certo, ci sono foto memorabili di lui al mare, in total-white sul motorino, o in completo grigio, o greige, c’è la giacca di pelle della copertina del Time, con la camicia aperta sul petto, di un’italianità invidiabile, ma se si riguarda alle immagini di Armani al lavoro alla fine il maglioncino blu, la giacca blu, il pantalone blu sono le costanti. Sono la sicurezza, l’abito della cresima, la divisa militare.















