La parata militare del 3 settembre a Pechino, organizzata per l’80° anniversario della vittoria contro il Giappone, si inserisce nella “guerra della memoria” avviata da Xi Jinping nel 2015. La decisione di commemorare l’anniversario della “guerra globale contro il fascismo” ha contribuito a consolidare la narrazione della guerra patriottica come precedente storico fondativo della Repubblica popolare cinese, funzionale a legittimare le ambizioni geopolitiche di Pechino, in particolare il controllo su Taiwan. La ricorrenza evoca infatti anche il ritorno di Taiwan alla Cina, dopo mezzo secolo di occupazione nipponica.
Va ricordato che il mito della “grande guerra patriottica” è promosso anche da Vladimir Putin, che lo ha utilizzato per legittimare l’annessione della Crimea nel 2014 e l’attuale conflitto con l’Ucraina.
In questo modo, Cina e Russia propongono una lettura alternativa della storia, contrapposta alla narrazione occidentale della vittoria degli Alleati, più centrata sul ruolo determinante degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale.
Questi sforzi di “ridimensionare” la narrazione occidentale perseguono tre obiettivi principali. Anzitutto, intendono dimostrare che la Cina e l’URSS contribuirono in misura molto maggiore di quanto comunemente riconosciuto alla sconfitta del fascismo. In secondo luogo, mirano a richiamare l’attenzione sugli accordi alleati del primo dopoguerra, negoziati al Cairo e a Potsdam, che a loro avviso costituiscono non solo una base giuridica, ma anche morale, per i loro attuali interessi territoriali e strategici. Infine, promuovono l’idea di preservare l’ordine internazionale del dopoguerra, contrapposto all’impegno occidentale a difendere un ordine internazionale liberale.













