Qualcosa si sta assottigliando, quasi impercettibilmente, nello spazio pubblico. I marciapiedi restano affollati, i parchi continuano a riempirsi, eppure - se osserviamo, o, meglio, se misuriamo più da vicino - la trama sottile delle interazioni sociali appare cambiata. Potremmo dire più rarefatta.

Con alcuni colleghi a Yale, Harvard e altre università americane abbiamo utilizzato l’intelligenza artificiale per analizzare diversi spazi pubblici a New York, Boston e Philadelphia, confrontando riprese degli anni Settanta con video girati negli stessi luoghi in anni recenti. I risultati, appena pubblicati sui Proceedings della National Academy of Sciences, sono sorprendenti. Oggi si cammina più in fretta e si interagisce di meno. In un mondo in cui gli schermi e le piattaforme digitali ci seguono dappertutto, lo spazio fisico - quello reale, condiviso – sembra stia perdendo la sua centralità.

Tuttavia, le stesse tecnologie che ci stanno allontanando da esso forse possono anche aiutarci a ritrovarlo. L’IA ci consente oggi di osservare con occhi nuovi le dinamiche urbane. Possiamo quindi usare gli algoritmi non per chiuderci in bolle autoreferenziali, ma per sperimentare modi alternativi di vivere lo spazio pubblico e disegnare nuove agorà: luoghi d’incontro, di scambio, di cittadinanza attiva.