La libertà ha un costo: quello di dover scegliere. Le ipotesi di riforma pensionistica per il 2026 evidenziano infatti la volontà di aumentare la flessibilità, estendendola anche a chi ha iniziato a lavorare entro il 1995.
Meglio andare più tardi, con un assegno più alto e il proprio Tfr disponibile in capitale, oppure andare tre anni prima, con una pensione più bassa e il Tfr trasformato in rendita vitalizia?
La prima possibile novità per il 2026 potrebbe essere la «pensione anticipata contributiva», oggi disponibile per chi ha contributi versati a partire dal 1996, anche per chi ha iniziato a lavorare entro il 1995, a patto di avere l’assegno ricalcolato con il metodo contributivo. La pensione scatterebbe a 64 anni, tre anni prima del normale requisito di vecchiaia (67), ma solo se la pensione supera un valore soglia (3 volte l’assegno sociale, che salirà a 3,2 dal 2030, ma scende a 2,8 e 2,6 volte per le lavoratrici con uno o due e più figli). Come accade per i lavoratori post 1996, i dipendenti con un reddito medio fino a 1.350 euro netti al mese non potrebbero raggiungere la soglia, mentre quelli con un reddito superiore a 1.650 euro netti ne potrebbero beneficiare.







