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Ultimo aggiornamento: 7:50

La decisione del governo Meloni di impugnare la recente legge regionale della Toscana che assegna un piccolo punteggio premiale alle imprese che offrono un salario lordo minimo di 9 euro induce a fare qualche considerazione sull’azione governativa in questo campo.

La questione salariale è importante per ogni governo. Per due ragioni. La prima è di tipo macroeconomico. Il salario è la fonte principale della domanda aggregata, e quindi della spesa dei consumatori. Se non cresce la massa salariare anche l’economia langue. La seconda riguarda i redditi dei singoli che, ovviamente, i politici hanno convenienza a veder crescere come segno del loro buon governo.

Come ha operato in questi tre anni il governo Meloni sul fronte dei salari, tenendo conto anche del problema causato dalla grande inflazione bellica? Il risultato è abbastanza chiaro e inequivocabile: Meloni è sempre stata dalla parte dei poteri forti, di Confindustria in primis, ma anche delle varie consorterie e corporazioni che incrostano l’economia italiana. Le liberatorie lenzuolate di Bersani sono solo un vecchio ricordo. L’esperienza governativa ha trasformato, abbastanza rapidamente in verità, la leader di una destra sociale e antagonista al sistema nella docile ancella della più retriva destra padronale. Vediamo nel dettaglio i tre punti focali: il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici, il rinnovo di quello dei dipendenti privati e infine la questione del salario minimo.