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Nel Consiglio dei ministri di lunedì 4 agosto il governo ha deciso di impugnare una legge della Regione Toscana che in sostanza favorisce l’adozione di un salario minimo da parte di alcune categorie di aziende. È il quarto provvedimento introdotto dall’amministrazione regionale di centrosinistra che il governo di destra di Giorgia Meloni blocca in un anno, dopo quelli sul turismo, sulle concessioni balneari e sul suicidio assistito: tutti e quattro riguardano questioni di grossa e dibattuta attualità politica, su cui i partiti di maggioranza e quelli di opposizione hanno posizioni distanti.

La legge toscana impugnata dal governo è la numero 30 del 18 giugno 2025: prevede che nei bandi di gara pubblici regionali siano favorite le aziende che pagano i propri dipendenti almeno 9 euro lordi all’ora. È stata pensata per incentivare certe società che generalmente pagano poco i propri dipendenti, come quelle che forniscono servizi di pulizia, guardiania e fattorinaggio, ad aumentarne i salari. Questo tipo di aziende, che lavora molto grazie a contratti pubblici, offre spesso preventivi più bassi rispetto alla concorrenza risparmiando proprio sulla forza lavoro.

La legge dunque non riguarda propriamente il salario minimo, che per definizione dovrebbe valere per tutti i lavoratori, e gli stipendi del resto sono un ambito sul quale le Regioni non possono fare leggi. È stata però la stessa giunta regionale toscana a presentare la legge menzionando il salario minimo e quindi sottolineandone il significato politico.