«Ho sempre voluto che il marchio Armani divenisse un vero e proprio stile di vita, focalizzato su semplicità ed eleganza in ogni suo ambito. E il cibo, che è uno degli elementi più importanti della vita quotidiana, non poteva mancare», spiegava Giorgio Armani - morto oggi, giovedì 4 settembre, a 91 anni - ai tanti che gli chiedevano come mai avesse scelto di dedicare un segmento della sua impresa al food & beverage.

Da Milano a Tokyo, da Monaco a Dubai, i ristoranti Armani hanno nel corso del tempo «disegnato», come fosse un abito sartoriale, il lifestyle dei tanti clienti che in quattro continenti hanno assaporato, e continueranno a farlo, la cucina italiana: gli spaghetti di Gragnano, il caviale italiano Calvisius di storione bianco, il gambero rosso di Mazara, il tutto condito da un olio extravergine di olive provenienti da Coratina di Puglia.

Parte di quell’attenzione al corpo a 360 gradi che, come sempre, lo ha portato a essere un pioniere. Nella moda, così come nella cucina: nel 1998 aprì il suo primo Emporio Armani Caffè con sede Parigi. Una scelta insolita, ma subito accolta e soprattutto replicata da molti altri marchi sartoriali. «Allora pensai che potesse funzionare un luogo in cui concedersi una pausa durante lo shopping o un aperitivo dopo il lavoro. Volevo declinare lo stile Armani in ogni settore. Ristoranti e caffè mi sono sembrati un’estensione logica e al tempo stesso una scommessa interessante che poi ha dato i suoi frutti», aveva in più occasioni spiegato.