La notizia è di pochi giorni fa: il numero di ETF quotati negli Stati Uniti ha superato quello delle azioni (qui l'articolo di Advisor).

Un sorpasso che non è passato inosservato e che spinge a una riflessione sul futuro del risparmio gestito in generale, ma anche sul futuro degli ETF stessi. Un futuro che è a rischio se non si rimettono al centro del dibattito i pregi di questi strumenti.

“Ricordiamo che, tradizionalmente, i pregi degli ETF sono sostanzialmente tre: basso costo, efficacia, diversificazione", sottolinea ad Advisor Raimondo Marcialis, fondatore di MC Advisory e professionista specializzato nella gestione di portafogli finanziari in titoli, fondi e sicav, ed esperto in analisi quantitativa.

”Lo sviluppo marketing oriented del mercato sta violando proprio le caratteristiche salienti dello strumento, rendendo sempre più difficile la scelta e la gestione dell’ETF adatto", continua Marcialis, che denuncia: “I costi aumentano, l’efficacia diminuisce (sempre più spesso non vengono raggiunti gli obiettivi prefissati) e spesso si riduce anche la diversificazione, con lo sviluppo di veri e propri derivati e portafogli tematici”.

Diventa quindi necessario “considerare gli ETF, quelli classici che replicano direttamente i principali indici di mercato e molto liquidi, e quelli satellite, in genere specifici e caratterizzati da costi di gestione e compravendita più elevati, liquidità inferiore e minore trasparenza. I primi sono adatti all’investimento di medio-lungo periodo, i secondi più adatti a investitori sofisticati e al trading di breve respiro”. Un principio che non deve essere perso di vista quando ci si avvicina agli ETF.