Donald Trump è convinto che sui campi di golf si concludano i migliori affari.

E non ha importanza se il deal riguarda un complesso immobiliare o un complesso negoziato politico. Buche e drink mettono, probabilmente, il presidente americano a suo agio per calare il colpo giusto. Solo che con l’Europa il Tycoon rischia di essere vittima del suo eccessivo successo nella trattativa. Diciamolo, c’è un pezzo dell’accordo sui dazi che difficilmente potrà essere rispettato. E la ragione l’ha spiegata più di un osservatore: è impossibile farlo. E come si sa, uno dei principi cardine del diritto è che ad impossibilia nemo tenetur. Vale a dire che nessuno è tenuto a rispettare un accordo impossibile da rispettare. Ma qual è la parte del “patto del golf” a cui l’Europa potrebbe avere difficoltà a tenere fede? L’idea che il Vecchio Continente debba impegnarsi a triplicare nei prossimi tre anni gli attuali livelli di importazione di petrolio e gas: dagli attuali 250 miliardi di dollari ai 760 miliardi promessi a Trump. Ma i conti non tornano. Né dal lato europeo e nemmeno da quello americano. Partiamo dal primo. Il gas liquefatto americano dovrebbe servire per permettere all’Europa di abbandonare totalmente il metano russo entro il 2027. Ma nel 2024 il Vecchio Continente ha pagato a Mosca “solo” 23 miliardi di euro in forniture. Molto meno dei 200 e più all’anno previsti dal “patto del golf”. Certo c’è il petrolio, ma il discorso non cambia. Ma partiamo proprio da quest’ultimo. Al di là del merito e della fattibilità tecnica, resta da chiedersi se gli stessi Stati Uniti dispongano davvero di volumi tali, da esportare verso il Vecchio Continente. Creando una così massiccia dipendenza europea. È vero che la produzione americana è cresciuta in modo importante, soprattutto grazie allo shale oil, ma ciò non ha eliminato la loro necessità di importare greggio dal Golfo Persico, dal Sud America e perfino dalla Russia finché è stato possibile. La domanda interna statunitense resta superiore all’offerta: gli oltre venti milioni di barili al giorno richiesti non sono coperti dalle produzioni domestiche che si fermano attorno ai tredici milioni. E poi, anche per il petrolio c’è un aspetto qualitativo: non tutti i petroli sono uguali. Il nuovo shale oil è leggero, con caratteristiche vicine a un condensato, e non tutte le raffinerie – in particolare quelle europee, spesso tarate su greggi più pesanti – sono disposte o in grado di trattarlo senza investimenti costosi. Il rischio è di ridurre l’efficienza dell’impianto e perdere economicamente. Salvo che non si consideri di importare benzina e nafta che l’aumento dello shale oil ha spinto gli Usa a produrre in eccesso, diventando grandi esportatori netti.