Le recenti dichiarazioni del premier francese François Bayrou sul “dumping fiscale” italiano svelano una doppia paura. Da un lato la quasi certa sfiducia che incombe nel voto parlamentare sul quarantaseiesimo governo della Quinta Repubblica francese, in carica dal 13 dicembre 2024, sotto la presidenza di Emmanuel Macron. Dall’altro, più sottile e nascosta ma ben più concreta, la competizione crescente tra i Paesi dell’Eurozona per finanziare il loro debito pubblico. Un peso crescente che riflette non solo le crescenti difficoltà, tanto attuali quanto previste, per l’andamento delle diverse economie nazionali e le nubi nere causate dall’impatto dei dazi Usa, ma che deve confrontarsi anche con l‘aumento della spesa militare e l’affievolirsi del gettito fiscale.

Se lo scoglio del rifinanziamento dei debiti pubblici nazionali nel 2025 è ormai per gran parte alle spalle, non così è da qui alla fine del 2026. Tanto che le Borse mondiali cominciano a tremare per una possibile crisi del debito sovrano: anche gli Stati Uniti, un tempo “porto sicuro” per eccellenza, oscillano sotto il peso di interessi che ormai toccano il 5% sui loro titoli decennali. Va da sé che nell’Eurozona, a parte la Germania, l’Italia e il nuovo “grande malato”, la Francia, sono ai ferri corti per attrarre investitori.