«Leggendo la biografia e le lettere ho capito che lei è stata generosa con D’Annunzio, ha dato molto a lui, l’ha fatto conoscere e poi quando è arrivato a essere conosciuto grazie a lei, lui ha dato il ruolo ad un’attrice (e con tutta probabilità anche amante, ndr) molto più giovane ferendola profondamente. Lei però ha scelto comunque di essergli amica per tutta la vita. Anche io ho avuto storie che sono andate male, ma sono rimasta amica degli uomini che ho amato». Valeria Bruni Tedeschi è Divina anche fuori dal set. Ha una grazia arruffata, un’allegria amara e pochi filtri. E con questa interpretazione della Duse, è forse in odore di coppa Volpi. Pietro Marcello, del resto, ha modellato il film Duse, presentato ieri in concorso, su di lei. «Fin dall’inizio, ho pensato a Valeria Bruni Tedeschi per realizzarlo, volevo raccontare lo spirito della Duse, non volevo fare un biopic – ha spiegato il regista – Mi interessava fissare gli anni della dissoluzione. Eleonora è un personaggio ottocentesco che si affaccia al secolo breve, al tempo dell’ignavia dove niente è vero e tutto è permesso. E non si riconosce».
Il film fissa, tra realtà storica e finzione filmica, gli anni del crepuscolo della grande attrice, quando le necessità economiche (ma anche la sua fame di vita) la spingono a ritornare sulle scene in un’Italia uscita dalla prima guerra mondiale e forse inconsapevole di un futuro ancora più minaccioso. Emergono le contraddizioni, le relazioni, il legame fatale con D’Annunzio che li condannerà entrambi ad una memoria comune. Ed emergono gli occhi celesti e tersi di Valeria Bruni Tedeschi, così diversi dal nero di quelli della Duse. Anche questa, una scelta di verità. Non somigliarsi, ma quasi trasfigurarsi. È sospesa tra ricordi e premonizioni, in una Venezia rotta dalla Guerra, teatro di un mondo che vive un dorato tramonto. Tra lagune e botteghe, interni d’atelier, teatri e caffè.










