Mi rigiravo nella mente queste piccole scoperte, fatte andando a spiare i saccheggi dei barbari. Era tutto quello che sapevo di loro. Come combattevano. Me le riscrivevo, in colonna, o di seguito: invertivo l' ordine, provavo con l' ordine alfabetico. Mi era evidente che a saperle leggere insieme, come un unico movimento armonico, allora avrei visto l'animale: in corsa. Magari avrei capito dove stava andando, e che tipo di forza impiegava, e perché corresse.
Era come cercare di adunare delle stelle nella figura compiuta di una costellazione: quello sarebbe stato il ritratto dei barbari. Una innovazione tecnologica che rompe i privilegi di una casta, aprendo la possibilità di un gesto a una popolazione nuova. L' estasi commerciale che va ad abitare quell'ingigantimento dei campi da gioco. Il valore della spettacolarità, come unico valore intoccabile. L' adozione di una lingua moderna come lingua base di ogni esperienza, come precondizione a qualsiasi accadere. La semplificazione, la superficialità, la velocità, la medietà. La pacifica assuefazione all' ideologia dell' impero americano. Quell' istinto al laicismo, che polverizza il sacro in una miriade di intensità più leggere, e prosaiche. La stupefacente idea che qualcosa, qualsiasi cosa, abbia senso e importanza solo se riesce a inserirsi in una più ampia sequenza di esperienze. E quel sistematico, quasi brutale, attacco al tabernacolo: sempre e comunque contro il tratto più nobile, colto, spirituale di ogni singolo gesto.






