Per quasi un decennio si è sentito dire che, in buona sostanza, il cancro era colpa sua, per «l’abitudine al tabagismo»: sigarette fumate quand’era un ragazzo, ormai quarant’anni fa. Ma nel corpo ha tuttora «la presenza simultanea di oltre venti metalli in concentrazioni fino a decine, talvolta centinaia di volte superiori» non solo alla popolazione generale, bensì anche a comunità esposte al rischio come i residenti nella Terra dei fuochi e le popolazioni Navajo addette alle miniere, il che «appare pienamente coerente con i contesti operativi» in cui l’allora maresciallo dell’Aeronautica ha svolto le missioni militari, partendo dal Veneto per il Kosovo e l’Iraq. Dopo una lunga battaglia giudiziaria, ora il 62enne ha ottenuto dalla Corte dei conti il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio dell’infermità neoplastica da cui è affetto, con diritto a percepire la relativa pensione.
Alla diagnosi risalente al 2016, hanno fatto seguito il delicato intervento chirurgico e le pesanti terapie oncologiche, tanto che nel 2017 la Commissione medica ospedaliera di Padova ha posto l’aviere in congedo per inidoneità permanente. L’ex militare ha presentato subito l’istanza di riconoscimento della causa di servizio, facendo presente di aver partecipato a operazioni come “Joint Guardian” nel 2002 in Kosovo, «con esposizione prolungata a polveri e terreni potenzialmente contaminati da metalli pesanti», e “Antica Babilonia” nel 2005 in Iraq, operando «in ambienti chiusi con apparati elettronici obsoleti», nonché di aver svolto attività di smantellamento e bonifica al Palazzo dell’Aeronautica, «venendo a contatto con batterie esauste, piombo e toner» senza disporre di «adeguati dispositivi di protezione». Tuttavia il Comitato di verifica per le cause di servizio ha emesso due pareri negativi, escludendo il nesso causale tra la patologia e il servizio.






