Io confesso. Antonio Zagari è uno ‘ndranghetista pentito. Un killer spietato per oltre vent’anni, nonché operaio metalmeccanico vissuto in Lombardia negli anni settanta (un “terrone rubalavoro”) che, stanco di quel sangue, ha infine collaborato con la giustizia sventando un rapimento, portando a processo 126 imputati e sciorinando un’autobiografia letterariamente di tutto rispetto: Ammazzare stanca. Il libro è stato pubblicato per la prima volta dall’editore Aliberti nel 2008, mentre alla Mostra del cinema di Venezia 2025 – sezione Spotlight – è giunto il film omonimo scritto e diretto da Daniele Vicari, regista di Diaz – Non pulire questo sangue.

Ovazione per il nuovo film di Gus Van Sant, Dead Man’s wire è una commedia nera tra rivolta popolare (Joker) e allegoria del potere (Bugonia)

Un gangster movie calabro lombardo che si concentra sull’esistenza e l’etica criminale di Zagari (interpretato con piglio scorsesiano e un accento alla Celentano da Gabriel Montesi) seguendo due strade parallele, e tradizionalmente antiche come il cinema stesso: lo sterminio carne spappolata e sangue da un lato; il cuore che batte per un sentimento e una vita normale dall’altro. Zagari è figlio di un boss calabrese (Vinicio Marchioni) che fa il pastore, a sua volta affiliato ad un capobastone fetido (Rocco Papaleo). Assieme a suo fratello più giovane e ad un altro paio di sgherri reclutati sul mercato settentrionale (non perdetevi Thomas Trabacchi stile fumetto Andrea Pazienza), Zagari si occupa principalmente di minacce e riscossione del pizzo, ma poi non disdegna gli omicidi di figure dei clan rivali.