«Un mito hollywoodiano». Gian Antonio Stella ha definito così Pino Donaggio, suo ospite ieri a «Che Spettacolo!». Ci sono più di trecento trenta cover della sua «Io che non vivo senza te», nella sua carriera ha venduto oltre 80 milioni di dischi, eppure Donaggio nella vita voleva fare altro: «Suonare il violino, ero anche bravo. Il mio sogno era fare il solista, esibendomi nei teatri. È andata diversamente, ma anche tutte le colonne sonore che composto le devo allo studio del violino. Adesso però non so più suonarlo». Donaggio, ieri, ha anche cantanto: «Non lo facevo da quarant’anni». Ma è stato quasi inevitabile intonare qualche nota ripercorrendo la sua carriera, iniziata proprio come cantautore: «Ho fatto dieci Sanremo come cantante, quattordici come autore. Sono tornato tante volte perché speravo sempre di vincere, ma non è successo mai». Però, come ha ricordato Stella, è stato quello che ha venduto di più: «L’ispirazione è come una persona che arriva, ti batte la spalla e ti dice: vai a scrivere. “Io che non vivo (senza te)” è nata perché mi avevano portato un pianoforte a coda nuovo a casa e mentre lo provavo mi è venuta la melodia. Mi sono detto: “Questa è buona. Se me la ricordo anche domani mattina allora la scrivo. Ho rischiato”». E se l’è ricordata: «Mi aveva spinto Mina, che aveva già cantato dei miei brani, a cantarla. L’avevo scritta per quella che, 65 anni fa, era la mia fidanzata: visto il successo che mi ha fatto fare l’ho sposata». E proprio Mina è stata un’altra donna della sua vita, in senso artistico: «Lei era proprio come la si vedeva in televisione: molto simpatica, estroversa, e poi bravissima. Le facevo sentire una nuova canzone una volta e lei, subito dopo, la sapeva a memoria, in un attimo. Sorprendente. Ma Mina è Mina, la più grande. Poi viene Giorgia e poi qualche altra». Tra le tante cover del suo brano più noto c’è anche quella di Elvis: «Una grande emozione quando me lo disse, anche perché da bambino io facevo andare lentamente il 78 giri per ascoltarlo». Per scrivere quelle canzoni, perse la fiducia del suo insegnante di violino: «Quella per lui era musichetta. Io ero il suo pupillo e il fatto che mi fossi dedicato a quest’altro genere lo visse come un tradimento. Non mi parò più per vent’anni. Poi un giorno, casualmente, ci incontrammo su un vaporetto e mi salutò».